Il Passo di Linguadà è lo spartiacque tra la piacentina Valle del Nure e la parmense Valle del Ceno. 

Da qui la Via degli Abati propone due alternative per raggiungere Bardi con la sua fortezza. 

La prima, detta Variante Bassa, segue grosso modo la strada carrozzabile ed è il percorso storico della Via degli Abati. Attraversa o sfiora gli abitati di Boccolo dei Tassi, Cerreto, Grezzo, passando nei pressi di una vecchia cava abbandonata di talco.

La seconda, detta Variante Alta, più impegnativa ma più interessante dal punto di vista naturalistico, deriva da esigenze sportive in quanto ogni primavera dal 2008 si corre l’ultratrail, denominata The Abbots Way. Salendo per la Costa della Stirata si raggiunge il piatto groppone del Monte Lama (1345 mt), il Colle del Castellaccio (1308 mt) e la cima conica del Monte Crodolo (1256 mt), da dove si scende verso Bardi ricongiungendosi al percorso storico. Si attraversano differenti aree geologiche che caratterizzano un paesaggio di pascoli, rocce, faggete, flora multicolore e fauna varia, elusiva e difficile da osservare, eccetto gli uccelli. 

Grezzo

Grezzo sorge sul fianco meridionale del monte Crodolo (1257m), sulla sinistra del torrente Dorbora, a 700 metri di altitudine. Il paese dista circa 4 km da Bardi.

La piccola frazione affonda le radici nella storia. La chiesa di San Michele viene infatti registrata per la prima volta nel 905.
Già nel X secolo vi era officiato un oratorio che cinque secoli dopo lasciò il posto all’attuale edificio sacro. Vi esercitarono signoria feudale i Landi dal 1135 fino al XVII secolo e, a ricordo di questo illustre passato, restano tracce di fortificazioni a Pietra Gemella, Pietra Nera e a Pietra Cervara. L’edificio della chiesa di San Michele è stato riadattato dopo la metà del Settecento. Ha una pregevole facciata sul cui consunto stipite in arenaria si apre il portone realizzato da Romolo Campanini.

In località Pietra Cervara, nelle vicinanze di Grezzo, una volta sorgeva un castello di cui sono tuttora presenti i ruderi. I padroni di questo castello erano i Pallavicino, che poi lo vendettero al Comune di Piacenza. Passò successivamente ai Landi, ma questi lo abbandonarono per abbellire quello più importante di Bardi. 

Un altro castello sorgeva a circa 5 km dal paese ed era detto di Prezimella: fu distrutto nel 1141 per ordine dei Consoli di Piacenza, assieme a quello detto di Pietra Nera. 

Diaspro

Pietra di origine sedimentaria compatta, molto dura, senza piani di frattura preferenziali; per queste caratteristiche fu utilizzato come materia prima per la produzione di utensili litici. Ricerche recenti hanno identificato nella zona i resti di numerose officine di scheggiatura, una delle quali accanto alla cava preistorica; il diaspro del Monte Lama è stato utilizzato per varie decine di migliaia di anni, dal paleolitico medio fino almeno all’età del bronzo. Ne sono state trovate schegge lavorate nel raggio di una ventina di chilometri.

Talco

Il talco (fillosilicato di magnesio) è un minerale di origine metamorfica molto tenero (I grado della scala di durezza dei minerali) liscio ed untuoso al tatto, si scalfisce con l'unghia. I colori vanno dal verde più comune, al giallo, al nero.

Trova largo impiego nell'industria delle materie plastiche, della carta, della ceramica e della gomma. E’ utilizzato nella cosmesi come borotalco, nella farmacopea come eccipiente nelle pillole, nel processo di raffinamento del riso per renderlo brillante. La varietà compatta (steatite o pietra saponaria) è utilizzata da tempi remoti per produrre piccoli oggetti ornamentali o di uso quotidiano, tra cui il gessetto da sarto, che lascia una traccia bianca sulla stoffa senza sporcarla. 

Il talco estratto nella nostra vecchia cava a monte della SP77, 150 mt a nord del bivio per Casermure (coordinate 44°38'49'' N  -  9°40'44'' E, quota 850 mt) tra Boccolo dei Tassi e Grezzo, veniva lavorato nella vicina frazione di Vischeto dove è ancora presente La Fabbrica del Talco. Nella struttura, dismessa negli anni trenta del secolo scorso, con la protezione del governo fascista fu alloggiato un gruppo di Ustascia croati addestrati per destabilizzare la situazione politica europea del tempo; il 9 ottobre 1934 alcuni terroristi del gruppo assassinarono il re Alessandro I di Iugoslavia ed il ministro degli esteri francese Louis Barthou a Marsiglia. 

A pochi chilometri da questa cava sono stati scavati i resti di una officina antica per la produzione di piccoli pesi da telaio in steatite, probabilmente di epoca medioevale.

GEOLOGIA

Durante il periodo Giurassico medio (180-150 milioni di anni fa) enormi quantità di lave di origine profonda (eruttate dal mantello) formarono il fondo di un bacino oceanico che si andava ampliando. Queste lave, costituite essenzialmente da peridotiti, diedero origine a rocce scure e pesanti, ricche di ferro e di magnesio, simili tra loro chimicamente ma con strutture diverse a causa delle diverse condizioni di solidificazione: basalti se raffreddate rapidamente, gabbri se solidificate più lentamente, serpentiniti se, sottoposte per lunghi tempi a forti pressioni ed alte temperature dopo la solidificazione, subirono processi di metamorfosi, generando vari minerali tra cui, tipici, sono il talco e gli amianti. Il nome generico di questo complesso eterogeneo di rocce è rocce verdi od ofioliti, dalla parola greca che indica i serpenti, a causa dell’aspetto marezzato che può ricordare la pelle dei rettili (soprattutto per i serpentini metamorfici). Sopra queste lave si depositarono fanghi formati dai gusci silicei di minuscoli animali marini, i radiolari, che solidificandosi diedero origine ai diaspri. Successivamente, la diminuzione della profondità di questi bacini permise la deposizione di fanghi calcarei, chiari e leggeri, che formarono i calcari a calpionelle, chiamati anche maioliche.

Durante la successiva chiusura del bacino oceanico si depositarono altri sedimenti, che originarono rocce diverse: le arenarie di Scabiazza e i flisch ad elmintoidi. Sul Monte Lama troviamo tutte queste rocce in successione invertita per il ribaltamento degli strati dovuto ai complessi movimenti che hanno fatto emergere la catena appenninica. Salendo troviamo quindi prima i flisch ad elmintoidi e le arenarie di Scabiazza, poi la maiolica, i diaspri ed infine, alla sommità, le ofioliti, cioè le rocce più antiche, l’antico fondo oceanico. Le ofioliti contengono alte percentuali di amianto

Veduta del Monte Lama da WSW, località Boccolo dei Tassi, che evidenzia la grande placca rovesciata con diaspri (d) e calcari a Calpionella (cC) insieme alle ofioliti (o) e ai complessi di argille e brecce (a).

Modificato da Società Geologica Italiana (1994).

FLORA E FAUNA

La vegetazione è ricca di specie rare ed interessanti: sulle rocce esposte a sud vegetano esemplari di pero corvino (Amelanchier ovalis), nelle zone umide qualche rara orchidea come l’Epipactis palustris, oltre all’Eriophorum e al Trollius europaeus (il Botton d’oro), nella faggeta la piccola orchidea Epipactis microphylla, nei prati sommitali la Gentiana Kochiana, la Tulipa australis, la Scilla bifolia, l’Armeria. Sulle rocce troviamo alcune sassifraghe (S. rotundifolia, ) e vari Sedum (Sempervivum tectorum ), dalle fessure fanno capolino le fronde del falso capelvenere e della felce rugginosa. La superficie delle rocce è sovente rivestita da licheni crostosi e spesso vivacemente colorati, che sono forme di vita vegetale primitiva e frugale costituita dall’associazione di un fungo e di un’alga che colonizza le superfici rocciose; il loro insediamento contribuisce alla disgregazione della pietra, creando un primo esile strato di suolo che permette l’attecchimento di altre piante. Ricca la flora fungina, sia dal punto di vista micologico che alimentare, soprattutto per quanto riguarda le boletacee, dal pregiato porcino al colorato e tossico Boletus rhodoxanthus, al raro Boletus dupainii.

Per quanto riguarda la fauna sono frequenti volpi, cinghiali, caprioli, daini e numerose specie di uccelli, fra cui i rapaci in felice ripresa. Interessante un raro anfibio, il geotritone (Speleomantes italicus), presente in una piccola grotta formatasi al contatto tra diaspri e calcari a calpionelle.

VAL VONA

 

Oltrepassato il crinale che separa i bacini di Ceno e Taro, la Via degli Abati scende verso il fiume attraverso la valle del Vona. Due sono le strade che la percorrono. Lungo quella in sponda sinistra incontriamo le chiese di San Pietro e di San Cristoforo, in destra idrografica quella di San Martino. La titolazione a due figure protettrici dei viandanti conferma l’importanza che questa valle aveva negli itinerari, forse già utilizzati in epoca romana. Le due vie si saldavano a Caffaraccia, dove era il primo castello dei Platoni, potente famiglia della zona e livellari del Monastero di Bobbio.

 

Poco si conosce della chiesa di San Pietro, di cui si ignora anche la data di costruzione, mentre scavi archeologici hanno fornito preziose indicazioni sulle origini della chiesa di San Cristoforo. Questa, isolata come la precedente, sorge in posizione panoramica nei pressi delle sorgenti del Vona.

L’impianto più antico è probabilmente da ricondurre a Plato Platonis che nel 1017 avrebbe realizzato a sue spese importanti interventi nelle chiese di San Giorgio a Borgo Val di Taro e di San Cristoforo. L’edificio venne poi ricostruito quasi certamente dopo i danni provocati da terremoti che colpirono il territorio nel 1438 e nel 1545.

Nel 2005 altri scavi archeologici sono stati realizzati anche nella chiesa di San Martino in Canal di Vona, già detta San Martino in Rivosecco. La prima costruzione, a navata unica e di piccole dimensioni, fu più volte ampliata fino al 1934.

 

I PLATONI

Di origine longobarda e discendenti dal miles Facino Platoni, dagli inizi dell’XI secolo esercitarono veri e propri diritti feudali anche nel territorio della Val Vona.

Secondo il testamento (dubbio) di Plato Platoni, morto nel 1022, il patrimonio sarebbe stato suddiviso tra i suoi sette figli. Dei loro castelli rimangono solo ruderi: murature in pietrame nell’alta Val Vona tra le chiese di Caffaraccia e San Cristoforo apparterrebbero al più antico castrum Platone, mentre altri muri ricorderebbero i castra di Termino sul Monte Termine, di Penditia in località Cornice e di Spiagium sul Monte Spiaggi.

LA NATURA DELLA VAL VONA

A dispetto del suo essere stata teatro di avvenimenti storici e insediamenti di antica data, la valle del Vona oggi alberga una rigogliosa natura selvaggia e incontaminata. I prati sui crinali, i folti boschi sulle pendici montane, le ripide pareti rocciose, le vetuste piantagioni di pini contribuiscono a creare un ambiente ideale per la vita degli ungulati (caprioli, daini, cervi e cinghiali), per la presenza del loro predatore principale (il lupo), e per la riproduzione dei rapaci: non è difficile nelle calde giornate estive osservare il pigro veleggiare delle poiane, dei falchi pecchiaioli e dei bianconi in cerca di preda.

 

IL FALCO PECCHIAIOLO 

Il falco pecchiaiolo, a dispetto delle sue dimensioni, ha bizzarre abitudini alimentari: miele, larve di api e vespe selvatiche rubati dagli alveari, scavando nel terreno con le robuste unghie. Questo rapace ogni anno migra in Africa, per poi tornare la primavera seguente sorvolando lo stretto di Messina, per risalire lungo lo Stivale e concentrarsi a centinaia nei valichi appenninici ed alpini. 

 

LA FAGGETA

Le pendici del massiccio, che divide la valle del Ceno da quella del Taro, sono coperte da una folta faggeta dalle eccezionali caratteristiche di naturalità. Forse per il microclima umido, forse per l’acclività dei versanti che l’hanno risparmiata da tagli frequenti ed eccessivi, ospita oggi numerose specie arboree che altrove sono scomparse, come tigli, olmi montani, frassini maggiori, agrifogli, sorbi, aceri, meli selvatici.

Il sottobosco non è da meno, e dalla primavera all’estate si ammanta di estese fioriture di campanellini, anemoni, agli ursini e aquilegie.

 

LE CONIFERE

In prossimità del crinale si incontrano due conifere amanti della luce e dei terreni poveri e secchi: il ginepro e il pino nero. Il primo, spontaneo, colonizza i terreni aperti, come i prati non più falciati o le aree percorse dall’incendio; il secondo, importato dalle Alpi orientali, è stato piantato dagli enti forestali nei decenni scorsi nelle aree degradate come frane e calanchi.

 

LA FORMICA LUGUBRIS

Nelle pinete appaiono grossi cumuli di erbe secche, che ad un occhio attento risultano letteralmente coperti di grosse formiche occupate in una frenetica attività. Sono gli acervi (nidi) della Formica Lugubris, un insetto fondamentale per la salute del bosco. È infatti una attiva cacciatrice delle larve della processionaria, una farfalla responsabile della defoliazione estiva di interi settori di bosco.

 

Il CASTAGNETO

Sui versanti interni della valle, esposti a nord-ovest e protetti dal sole estivo e dai venti dominanti, si sviluppa l’antico castagneto piantato in origine dai monaci bobbiensi, colonizzatori medievali di queste plaghe. I vecchi alberi ultrasecolari, ormai martoriati da malattie, edema e cambiamento climatico, ospitano innumerevoli specie di uccelli, mammiferi e insetti nelle cavità dei tronchi tormentati.

 

IL QUERCETO

Sui versanti esposti a sud, specie quelli più ripidi dove l’uomo non è riuscito a domare la morfologia del terreno riducendolo a terrazzamenti, si sviluppa una vegetazione boschiva adattata al caldo e all’aridità estiva, dominata da roverelle accompagnate da carpino nero, sorbo domestico e ornello. Nei compluvi incisi dai torrenti compare invece il cerro insieme ad aceri campestri e opali, sorbi ciavardelli e perastri.

 

VEGETAZIONE SUBMEDITERRANEA

Nei terrazzamenti dei versanti meglio esposti della valle si sviluppa una vegetazione amante del caldo, costituita da varie ginestre, da alcune rose selvatiche, da molte specie di bulbose (agli, muscari, gagee, orchidee e gladioli). Unica condizione: che il terreno non geli, danneggiando le delicate radici.

Un tempo questi terrazzamenti erano indispensabili per l’allevamento della vite, ma poi furono abbandonati per decenni per l’impossibilità di utilizzarvi mezzi meccanici come trattori. Oggi assistiamo al loro parziale recupero da parte di nuovi e valorosi contadini.

 

LE ORCHIDEE SELVATICHE

Il territorio della Val Ceno e della Val Taro, punto di incontro di due zone biogeografiche importantissime come quella mediterranea e quella centroeuropea, si trova ad ospitare una ricchissima flora, tra cui 53 specie di orchidee spontanee la cui bellezza non ha nulla da invidiare alle più celebrate specie tropicali.

Dalla Dacthylorhiza fuchsii dei boschi dal suolo acido (castagneti) alla Ophrys bertoloni dei cespuglieti secchi, alla Dacthylorhiza sambucina delle praterie montane, ogni ambiente (incluse le pozze palustri, i prati falciati, le piantagioni di pino) è interessato dalla presenza di uno o più di questi gioielli botanici.

 

IL LAGO BUONO

Alimentato da polle di acqua sorgiva, così da apparire misteriosamente privo di immissari, il Lago Buono è un piccolo specchio d’acqua incastonato in una balconata naturale affacciata sulla Valle del Taro.

Il lago, insieme ad alcuni stagni poco distanti, costituisce un ambiente di vitale importanza per centinaia di specie di piccoli esseri viventi: dalla miriade di libellule di vari colori che si affollano intorno alle rive, agli anfibi che scelgono le sue acque per deporvi le uova: la rana agile, il rospo comune, il tritone apuano, il tritone punteggiato e il raro tritone crestato.

 

IL MERLO ACQUAIOLO

Nelle fredde e limpide acque correnti un piccolo e agile uccello, il merlo acquaiolo, cerca le sue prede costituite da piccoli insetti e altri invertebrati. E’ capace di immergersi e nuotare nei flutti spumeggianti aiutandosi con le corte e robuste ali e le zampe dotate di unghie adunche.

 

IL TRITONE PUNTEGGIATO

Terrestre per la maggior parte dell’anno, quando vive tra le foglie umide del sottobosco, il tritone diventa acquatico all’inizio di primavera, per accoppiarsi e deporre le uova, da cui si schiudono larve che restano acquatiche fino all’autunno.

 

IL TORRENTE VONA E LE PARETI ROCCIOSE

Il torrente Vona scorre spumeggiante incidendo bancate di roccia stratificata: si tratta delle Arenarie di Ranzano, rocce silicee originatesi da sabbie depositatesi sul fondo marino milioni di anni fa e traslate da enormi forze tettoniche nelle attuali posizioni. Sulla superficie delle stratificazioni si possono osservare segni lasciati dalle correnti marine e dal movimento serpeggiante di organismi vermiformi.

 

IL POZZO DEL SARACINO

Con questo nome curioso viene indicata localmente una caratteristica formazione geomorfologica nota come marmitta fluviale, creata dal Rio Termi a breve distanza dalla chiesa di San Cristoforo. Il rio, di modesta portata, nel corso dei millenni ha eroso le arenarie di Ranzano facendo mulinare ciottoli di varia pezzatura e creando una cavità perfettamente circolare.

IL FRUTTETO DEI PELLEGRINI

Si racconta che un tempo, lungo le arterie di pellegrinaggio, meli, peri, noci, noccioli e altri tipi di frutta, oggi spesso dimenticati come i lazzeruoli, i nespoli, i giuggioli e i cornioli, fiancheggiassero viottoli e tratturi per fornire sostentamento ai viandanti che non avevano molti altri mezzi con cui placare la propria fame. 

Per ricordare questa antica usanza, nel 2013 il WWF Parma, Gela Parma e Legambiente Valtaro, grazie al supporto del Comune di Borgotaro e dei Parchi del Ducato, hanno messo a dimora una trentina di alberi di antiche varietà da frutta dell’Emilia occidentale, meli, peri, ciliegi e pruni, lungo questo tratto di pista ciclabile percorso dalla Via degli Abati. Gli alberi del filare, che ha preso il nome di Frutteto dei Pellegrini, crescono lentamente, sottoposti alle intemperanze del clima: abbiate rispetto per la loro esistenza, grazie.

 

I FRUTTI ANTICHI

Oggi le varietà di mele, pere, ciliegi e susine che giungono sui banchi del supermercato sono poche decine e presenti per mesi grazie a tecniche di refrigerazione in atmosfera controllata. Un tempo invece sui mercati arrivavano centinaia di varietà diverse, ognuna nel suo giusto tempo di maturazione. 

Le mele, per esempio, a seconda delle varietà, maturavano da luglio fino a novembre, mentre le varietà serbevoli maturavano in fruttaio e si mantenevano fino all’inizio della primavera alla comparsa dei primi frutti del nuovo anno. 

La specializzazione era molto più marcata: accanto a frutti per il consumo fresco c’erano quelli per il consumo cotto e quelli per la trasformazione in composte, marmellate, mostarde. Il recupero di queste varietà, oggi, oltre a permettere la riscoperta di sapori dimenticati, è essenziale per combattere parassitosi, malattie, cambiamenti climatici e impoverimento genetico.

 

LA NATURA DEL FIUME

Negli ultimi decenni le rive del Taro sono state teatro di una rigogliosa rinaturalizzazione spontanea, con la formazione di un folto bosco ripariale di salici, pioppi, ontani, aceri ed anche specie esotiche come robinia e platano. Al riparo di questa vegetazione nidificano germani reali, corrieri piccoli, martin pescatori, piro piro piccoli, usignoli. Altre compaiono nelle migrazioni: aironi rossi, falchi pescatori, marzaiole, pittime, pettegole, cutrettole e tante altre specie.

 

LA GARZETTA

Nel tratto di fiume che attraversa Borgotaro si può osservare, da primavera ad autunno inoltrato, una ricchissima fauna acquatica costituita da aironi, gabbiani, cormorani, cigni ed anatre selvatiche. Particolarmente vistose nella livrea bianca le garzette, che fiocinano piccoli pesci con il lungo e aguzzo becco.

 

IL GERMANO REALE

È la più comune anatra europea, comunque non molto numerosa nei tratti montani dei fiumi. Il maschio ha una livrea molto vistosa, mentre la femmina ha un piumaggio mimetico necessario per sfuggire ai predatori quando deve restare immobile sul nido a covare le numerose uova.

 

IL MARTIN PESCATORE

Un acuto fischio preannuncia l’arrivo del martino, che sfreccia in linea retta, rapidissimo, a pochi centimetri sopra il pelo dell’acqua, per fermarsi improvvisamente a librarsi sul fiume per individuare la preda e quindi gettarsi a capofitto nei flutti per riemergere con un pesciolino infilzato nel becco.